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Ita Eng Deu
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Emil Stocker

Emil Stocker è morto nel marzo 2020 nella sua città, Merano, ucciso dal Covid. Aveva 92 anni. Ha combattuto per quattro anni di guerra in Indocina con la Legione straniera dal 1951 al 1954. Saigon, Hanoi, il Delta del Tonchino, Dien Bien Phu. Stocker era un sergente della Legione, poteva fotografare infischiandosene della censura. Ed era anche un ufficiale postale. Lui, che laggiù non voleva ricevere nemmeno le lettere di sua madre, batteva tutto il Vietnam del Nord per consegnare documenti e messaggi. Girava e fotografava. Anche dai Dakota, gli aerei militari che tenevano i collegamenti con gli avamposti circondati dai viet. È tornato dal Vietnam con centinaia di foto: 1.036 scatti in bianco e nero, fatti con la sua Foca 2, una macchina tipo Leica molto in voga in quegli anni. Il racconto di quest’uomo duro come la pietra, scorbutico fino all’antipatia, apparentemente refrattario alle emozioni, parte da una domanda: perché a 20 anni molli tutto e vai nella Legione? 

«Sono nato a Merano nel 1929. Mio padre era un Kaiserjäger, sottufficiale, aveva combattuto nella prima guerra mondiale».

In Galizia contro i russi. Prima ancora aveva fatto il poliziotto.

«Sono cresciuto con la divisa cucita addosso. A 8 anni sapevo già sparare. A 10 mi hanno spedito a tenere le vacche da solo in montagna, sui pascoli a 1.800 metri. Temporali spaventosi. Ho imparato subito a controllare la paura…».

Il padre è il vangelo. La madre una donna “lontana” e severa.

Nel 1939 la famiglia Stocker opta per la Germania.

«I miei sono rimasti a Merano, mio padre stava già malissimo (è morto nel 1941, ndr). Mi hanno mandato in una scuola militare in Alsazia, inquadrato nella Hitlerjugend».

La Reichsschule für Volksdeutsche di Rufach. Una scuola per “tedeschi non germanici”: tedeschi sudtirolesi, tedeschi della Bessarabia, tedeschi “ucraini” della Bucovina.

«Eravamo un migliaio dall’Alto Adige. Ma di noi prendevano solo quelli che parlavano un buon tedesco. Sotto il fascismo non ce lo insegnavano, a casa parlavamo dialetto. In Germania il südtirolerisch non era considerato “vero” tedesco. Hochdeutsch, intendo…».

Alla scuola militare la disciplina è ferrea, l’addestramento durissimo.

«Lo stesso delle Waffen SS, solo che noi eravamo poco più che bambini. Ci facevano strisciare nudi su un campo di grano appena tagliato, ha idea di cosa ti succede? Ci volevano pronti per la guerra. Non dico che la Legione poi sia stata una passeggiata, ma sicuramente non più dura di quella scuola».

Verso la fine della seconda guerra mondiale è un ragazzino di 14 anni che già ragiona da soldato. Viene mandato con le truppe tedesche in Trentino.

«Facevo il portaordini da Ala a Ronchi. Mi avevano dato la divisa della SS Polizei. In combattimento non sono mai stato, ma sotto le bombe sì, eccome».

Tornato a Merano, Emil non riesce a reinserirsi. Cresciuto a “pane e razza”, è un ragazzo ribelle e solitario. Prova a fare l’apprendista elettricista ma non funziona.

«Non era quello che volevo. Per mia madre ero solo un peso».

Un giorno del 1950, lei lo sbatte fuori di casa.

Emil Stocker entra in contatto con i reclutatori della Legione straniera che operavano illegalmente in Alto Adige. I francesi hanno bisogno di carne da macello per l’Indocina. Legionari da spedire in prima linea.

«Ho deciso di arruolarmi nel gennaio del 1951. Non ho detto niente a nessuno. Nemmeno a mia madre. Un giorno me ne sono andato e basta. Puff. Sparito. Via. Mia mamma l’ho rivista solo molti anni più tardi. Dopo la Legione…».

Stocker va a Innsbruck. Il Tirolo è zona d’occupazione francese.

«Ho fermato un ufficiale per strada. C’era un distaccamento molto piccolo della Legione, tre, quattro soldati. Ci hanno reclutati e spediti in una caserma in Alsazia. Eravamo in quattro, io e tre del Tirolo del Nord».

Stocker firma l’ingaggio. Cinque anni di ferma. Tornare indietro non si può. Se scappi sei un disertore. Se diserti vai alla corte marziale. Dopo qualche giorno lo mandano a Fort Saint Nicolas a Marsiglia per le visite mediche.

«A quel tempo i piccoli criminali li prendevano, gli assassini e psicopatici no. Ma la regola non era rigida. Dopo, di assassini, ne ho conosciuti diversi nella Legione. Un mio amico, un australiano, da ubriaco urlava sempre “mon frère, mon frère”, mio fratello, mio fratello. Ho capito che l’aveva ammazzato con le sue mani. Era la sua dannazione».

Da Marsiglia in nave in Algeria. Alla base di Sidi Bel Abbes per l’addestramento.

«Gli istruttori erano tutti tedeschi, ex SS o della Wehrmacht. Spietati, certo, ma io venivo dalla scuola nazista. Sapevo come ragionavano, parlavo il tedesco come loro. E sapevo usare le armi…».

Arrivati a Saigon, Stocker viene assegnato alla 11a compagnia della 13a Demi-Brigade, 3° battaglione. Una brigata da prima linea. Fa il radiotelegrafista, poi diventa chef, capo ufficio della sua compagnia.

«Facevo anche l’ufficiale postale del battaglione. Portavo documenti, ordini, messaggi ovunque si trovassero i miei».

La 13a viene schierata nella difesa di Hanoi e in operazioni nel Tonchino, dove è fortissima la resistenza dell’esercito dello Zio Ho.

«Eravamo aggregati a un reggimento mobile. Rastrellamenti e operazioni soprattutto nel delta del Fiume Rosso. Credo di averlo fatto tutto a piedi, il delta. Eravamo sempre nelle risaie in mezzo all’acqua, a volte fino alla pancia, altre fino alla gola, con i viet che ci tiravano addosso. Anche per un mese di fila. Loro sparavano a noi e noi sparavamo a loro».

Alla deriva nella palude, carichi di armi e munizioni.

«Ci portavamo dietro il mitra MAT49, che però aveva un serio difetto: si inceppava. Poi il fucile, che pure s’inceppava, e la pistola, una 6,75».

«Sono stato a Hoa Binh, sulla Route Coloniale 4, e a Dien Bien Phu, eppure, tranne la malaria, non mi sono fatto nemmeno un graffio».

Alla fine saranno circa un migliaio i legionari italiani morti in Indocina. È una guerra sporca, combattuta senza pietà.

«La prima cosa che ti dicono nella Legione è che “non siamo chierichetti”…».

Significa che nessuno può tirarsi indietro. Se vedi o devi fare qualcosa che non condividi, la fai o giri la testa dall’altra parte.

«Mi sono sempre sforzato di tenermi fuori da quello che non mi piaceva. E di non eccedere mai. Anche per questo, credo, sono diventato sergente. Ma non ho mai visto nessuno rispettare l’etica. Né noi, né i viet».

La tensione è sempre alle stelle. I viet riempiono i villaggi di mine e ordigni nascosti con incredibile astuzia. Mine a filo o a pressione difficili da vedere. Se inciampi, salti in aria.

«Dovevi stare sempre concentrato».

Un giorno entrano in un villaggio.

«Quello davanti a me, un tedesco, si è distratto».

BAAM, l’esplosione gli riempie la pancia di schegge.

«È morto subito».

Il villaggio era una gigantesca trappola a cielo aperto.

«Abbiamo dato fuoco alle capanne. Le mine esplodevano dappertutto. Tengo a precisare che era vuoto. I viet avevano mandato via gli abitanti prima che scoppiasse l’inferno».

Le tribù indigene sono strette a tenaglia tra i francesi e i partigiani dello Zio Ho.

«È crudele ma nessuno poteva farci niente: le pagode buddiste cercavamo di rispettarle ma se avevamo il sospetto che dentro si nascondessero i comunisti, le tiravamo giù con l’artiglieria. Il discorso vale anche per le chiese cattoliche. Usavano i campanili come osservatori. Non potevamo fare altro che raderli al suolo…».

I viet scavano sotto terra interminabili reti di gallerie e cunicoli.

«Dovevamo bonificarle. Scendere là sotto era come andare all’inferno. Dovevamo “lavorare” con le bombe a mano: le butti dentro e ci pensano loro a fare pulizia».

A Dong Tru, i viet mettono le mine anche a ridosso della base dei legionari.

«Uno dei nostri, un piemontese, è saltato all’uscita del campo».

Dopo due anni di guerra in Indocina, i legionari avevano diritto a tornare in Algeria. I sopravvissuti contavano i giorni. Tutti tranne Emil Stocker. Che firma per altri due.

«Ero un soldato e non sapevo fare altro. La paura non è mai stata un problema per me. Io sono un tipo piuttosto duro. Sapevo che potevo morire. Anche se questo non significa che fossimo incapaci di gesti di bontà».

Ma non tutti, in Indocina, erano pronti a farsi massacrare. Molti disertavano.

«Se li prendevamo, non se la passavano bene».

Tanti cercavano di scansare la prima linea. Stocker è stato anche responsabile della disciplina della compagnia.

«Non facevo sconti ma non calcavo neanche la mano. Nella Legione ho combattuto accanto a soldati di ogni colore e religione. Senegalesi, algerini, indocinesi. Mi è bastato poco per capire che quelle storie sulla razza che ci avevano messo in testa in Germania erano assurde».

Otto postazioni con nome di donna. Dien Bien Phu è l’inferno. Dien Bien Phu è il punto di non ritorno. Una valle larga e spoglia, circondata dalla giungla, attraversata da un fiume che finisce nel Mekong. Vicina al Laos e nel cuore dell’armata viet. Strategicamente importante perché lì si poteva atterrare. I giapponesi l’avevano utilizzata per far decollare gli aerei che bombardavano la strada della Burma che portava in Cina.

«Abbiamo occupato Dien Bien Phu nell’autunno del 1953. L’abbiamo persa l’8 maggio del 1954».

Nell’album rosso di foto scattate da Emil Stocker ci sono quelle della base. La pista d’atterraggio. Le trincee. I legionari che osservano le postazioni viet.

«La mia brigata era nella ridotta Beatrice, quella più a monte. Venivamo martellati dalla 12esima divisione di Ho Chi Min, una delle più dure ed esperte».

A Dien Bien Phu non c’è niente. Solo polvere che quando piove diventa fango.

«Dovevamo portare tutto dal cielo. Via terra era impossibile. La foresta era infestata dai rossi. Persino i caterpillar sono arrivati col paracadute».

Una foto mostra una trincea nascosta da sacchi di sabbia.

«Io dormivo lì sotto, nei nostri rifugi al riparo dall’artiglieria».

Ci sono anche le foto con i Dakota francesi pronti al decollo con accanto i bidoni bianchi del napalm.

«I francesi lo hanno usato in dosi massicce. Era tutta roba americana. Per noi era normale vedere la giungla inghiottita dalle fiamme».

Come in Apocalypse now, solo vent’anni prima. In una foto si vedono i funerali solenni di un ufficiale.

«Era il nostro comandante di compagnia. Se venivi ferito all’addome sapevi che era finita. Lo abbiamo trasportato in aereo a morire ad Hanoi».

Stocker va e viene per prendere e portare documenti e plichi per gli ufficiali.

«Quando i viet hanno reso inutilizzabile l’aeroporto mi trovavo ad Hanoi. Solo per questo quando Dien Bien Phu è caduta, non ero coi miei. Il mio battaglione, il terzo della 13esima Demi-Brigade, è stato sciolto dopo Dien Bien Phu semplicemente perché non esisteva più. Della mia compagnia su 120 siamo sopravvissuti forse in venti. Io perché ero ad Hanoi. Gli altri alla prigionia nei lager viet, dove il tasso di mortalità per fame e malattie era del 70%».

Dopo Dien Bien Phu i francesi firmano la resa. Il Vietminh entra ad Hanoi. Stocker è lì, nell’ultimo presidio francese. Nelle foto documenta il passaggio delle consegne agli ufficiali del generale Giap. C’è la residenza del governatore del Nord Vietnam che da lì a pochi giorni diventerà quella di Ho Chi Min.

«Questo è invece il teatro da cui lo Zio Ho proclamò l’indipendenza. La guerra per noi era finita. I rapporti erano corretti».

Le sue foto sono un reportage delle ultime ore della presenza francese ad Hanoi: ci sono i profughi cattolici nelle strade che vendono tutto quello che hanno per scappare verso sud.

«Avevano paura dei comunisti».

Ma anche le ragazze sorridenti in bicicletta avvolte nell’Ao dai, la veste lunga in seta delle donne vietnamite.

«Siamo stati gli ultimi a lasciare il golfo del Tonchino nel maggio del 1955», ricordava Emil.

In mare fino a Saigon, nel sud del paese.

«Via terra era impossibile, i viet ci avrebbero comunque fatti a pezzi».

Nell’album ci sono anche le foto dei legionari che s’imbarcano sulla Son Tay, l’ultima nave a salpare. All’orizzonte le portaerei francesi pronte a fare fuoco se i viet avessero fatto il tiro a bersaglio.

«Ma non accadde niente».

Arrivati a Saigon i legionari vengono imbarcati sullo Skaugum, un piroscafo norvegese. Un lungo rientro verso Algeri. Che Emil documenta con la sua Foca. Singapore. Il Cairo, le piramidi, la Sfinge. Arrivato ad Algeri, i 5 anni di ferma erano finiti.

«La paga era davvero buona. Avevo una discreta somma in banca. Me la sono presa comoda».

Rientra in Italia, si ferma alcuni anni a Milano, si diploma ragioniere. Lavora come contabile per gli americani nella Setaf, la South European Task Force. Gli chiedono di fare qualche “lavoretto” nelle ex colonie. Ma lui rifiuta.