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Beniamino Leoni

La storia di guerra di Beniamino Leoni inizia nel 1943, quando, a 18 anni, viene chiamato per il servizio militare. Catturato dai tedeschi in Grecia dopo l’8 settembre, viene internato nel Lager VI/C, a Meppen, nelle paludi della Bassa Sassonia. Aderisce alla Repubblica Sociale, viene arruolato nelle SS italiane e poi spedito a Buchenwald come meccanico e istruttore della Hitlerjugend. Il 24 agosto 1944, Buchenwald viene bombardata a tappeto dagli alleati. Gli viene ordinato di soccorrere una donna rimasta gravemente ferita, la principessa Mafalda di Savoia, internata nel campo di concentramento sotto falso nome. Poche settimane dopo, Leoni viene mandato a Erba, in provincia di Como, e poi in Valtrebbia. Nel dicembre del 1944 diserta e passa con i partigiani, in una formazione di Giustizia e Libertà. 1a divisione Piacenza, 4a brigata. Combatte contro le camicie nere sul monte Pernice. Nell’aprile 1945 viene ferito gravemente alla schiena da una pallottola che si conficca vicino al cuore.

Nel dopoguerra diventa autista per Tazio Nuvolari. Minatore in Francia. Legionario in Indocina. Prigioniero del Vietminh. Rieducato. Guerrigliero con l’esercito di Ho Chi Min per sei anni… Non basterebbe un libro a raccontare la vita di Beniamino Leoni, bolzanino, classe 1924, morto l’11 settembre 2001 in una stanza d’ospedale. Prima di chiudere col mondo, aveva però deciso di raccontare la sua vita scomoda e pericolosa. Senza tacere nulla. Senza vergognarsi di niente. Anche delle cose di cui non andava fiero.

«Prendersi la responsabilità di quello che si è fatto – diceva – è l’unico modo per andarsene in pace».

Finita la seconda guerra mondiale, Leoni inizia a fare l’autista per Tazio Nuvolari. Col suo camion va in Austria a recuperare vecchi carri armati della Wehrmacht che il grande Tazio trasforma in trattori nella sua fabbrica di Mantova.

«Ma la paga era bassa ­– raccontava ancora con una punta di fastidio – il lavoro saltuario. Così decisi di tornare a Bolzano».

Bolzano, via Milano, periferia operaia, 23 anni e niente in tasca. Sui muri vengono appesi manifesti in cui si cercano lavoratori per le miniere di carbone in Francia.

«Non ci pensai su due volte. Mi presentai all’ufficio di collocamento in via Orazio. Fu lì che conobbi Arsenio Boschetti».

Il Natale del 1946 Beniamino Leoni lo trascorre nelle miniere di carbone di Billy Montigny.

«Era una vita di merda. Lavoravamo a 1.200 metri di profondità. I due terzi della paga finivano in alloggio e mensa. Dopo quattro mesi io e Arsenio ci siamo guardati, e abbiamo detto basta. Avevamo tre possibilità: tornare in Italia da sconfitti, rimanere in Francia da clandestini (e rischiare la galera), arruolarci nella Legione straniera. Scegliemmo la Legione».

Leoni e Boschetti vendono letto e materasso e scappano a Parigi. Il 9 maggio 1947 vengono dichiarati abili e arruolati, e spediti per un mese a Marsiglia, a Fort Saint Nicolas, per l’addestramento:

«Dopo un mese ci caricarono su un battello, una carretta. Direzione: Algeria. Per il viaggio mi misero in testa un képi sporco di sangue di cervello. E siccome tutte le parole che finiscono in vocale per i francesi sono accentate, divenni Leonì. Il battello era un cargo di trasporto bestiame: noi eravamo nella stiva bassa. Sopra c’erano gli animali che ci pisciavano addosso. La merda passava dalle assi. Sopra ancora dormivano i mercanti, i vaccari, e i pastori. Noi eravamo la categoria più bassa e infame, e volevano che non lo scordassimo mai».

Leoni viene portato al centro addestramento della Legione di Sidi Bel Abbes. Compagnia reclute.

«Una casermetta a tre piani. Nel giroscale, ad ogni piano, c’era una scritta sul muro. Al primo: “Legio patria nostra”. Al secondo: “Legionario sei fatto per morire e ti mandiamo dove si muore. Firmato: generale De Negrier”. Al terzo, la più bella: “Legionario prima di parlare di una donna ricordati che hai una madre”. Dalla mattina alla sera ci riempivano la testa con l’onore, la morte, il dovere. Tutte cazzate».

Pagina del quotidiano Alto Adige

Autunno 1947: Ho Chi Minh intensifica la resistenza contro i francesi. In dicembre Leoni e Boschetti vengono spediti in Indocina. Trentuno giorni di viaggio in nave fino a Saigon. A Saigon vengono separati, Leoni parte per la regione del Quang Tri, nel centro del paese. Una delle zone più calde.

«I viet attaccavano con precisione e ferocia. Ci tenevano sotto. Ci ammazzavano senza che neanche potessimo dire bah. Non eravamo più al sicuro nemmeno dentro le caserme. Molti disertavano. Eravamo sempre sotto adrenalina. Nella Legione ti trasformi. Non sei più un uomo, sei solo un guerriero che deve stare attento anche ai propri compagni. C’erano fascisti e nazisti tedeschi, ma anche tanti comunisti. Quando un “rosso” veniva scoperto, erano cazzi. Veniva ucciso subito. Chi scappava e veniva ripreso era un uomo morto. Ricordo un ungherese. Aveva disertato ma non riuscì a passare coi viet. È stato catturato, portato in caserma, spogliato, appeso a un palo e scannato come un animale. Con un coltello da cucina. Quando entravamo nei villaggi la nostra vendetta era tremenda. Era una macelleria. Io guardavo e non pensavo. Volevo solo sopravvivere e tornare a casa».

Il 20 marzo 1949, Beniamino Leoni cade prigioniero dei viet.

«Mi dissero: “se ti dichiari disertore, salvi la pelle, altrimenti i viet ti aprono la pancia”. Andai coi disertori».

Leoni viene aggregato a una compagnia di ex legionari.

«Eravamo considerati “Han bin”, rialleati. Secondo loro noi venivamo tutti dal proletariato. Entrando nella Legione avevamo tradito la nostra classe d’origine, diventando un’arma dell’imperialismo. Ma adesso che eravamo disertori e stavamo con il Vietminh eravamo redenti. Per diversi giorni ci impartirono lezioni di politica e comunismo. Ci fecero imparare Marx come l’avemaria. Noi disertori rappresentavamo qualcosa d’importante per i viet. Ci portavano in giro nei villaggi a fare proselitismo. Tutta una messa in scena per dire “vedete, sono occidentali e combattono con noi”. Durante gli attacchi dovevamo urlare col megafono ai nostri ex compagni di disertare».

Un giorno arriva al campo un ufficiale e chiede se qualcuno se ne intende di artiglieria.

«Alzai la mano. Da quel momento cominciai ad occuparmi dell’organizzazione dell’armamento pesante per il Vietminh. Iniziai a girare nei territori liberi. Chilometri di piste, sentieri, strade. Sempre di notte. Sempre a piedi. Conquistai la fiducia dei vietnamiti rimettendo in funzione un cannone che era rimasto nascosto dalla ritirata del 1947.  Ho combattuto sulla strada coloniale numero 9. Ho partecipato all’assedio e all’attacco di Huè, la vecchia capitale imperiale. Ho preparato l’artiglieria per l’assalto finale a Dien Bien Phu. È quasi impossibile far capire cos’è un combattimento a uno che non ha mai sparato a un essere umano. Ti caghi addosso. E non sto parlando in senso metaforico. Ti riempi di merda dalla paura. Non puoi avere pietà perché gli altri non ne hanno per te. Spari per non morire».

Nel giugno ’54, dopo la sconfitta francese, i disertori vengono ammassati in campi nel nord del paese.

«Non ero più armato, ma almeno ero libero».

Leoni trascorre un anno in Cina e poi torna in Vietnam ad Hanoi.

«Chiesi di essere riconsegnato ai francesi. Volevo tornare in Italia. Ero tranquillo. Formalmente non ero un disertore, ero stato catturato. Mi sbagliai. Appena finii nelle mani dei francesi, a Saigon, venni sottoposto a diversi interrogatori dei servizi segreti. Mi accusarono di “assenza illegale”. Sapevano che avevo combattuto coi viet. Ma io non ammisi mai niente. Venni sbattuto lo stesso davanti alla corte marziale per “avere nuociuto dal 1949 al 1956 alla sicurezza nazionale, e per aiuto morale e materiale all’armata Vietminh”. Mi condannarono a un anno di galera».

Leoni rimane per quattro mesi in prigione a Saigon, poi altri otto nel carcere militare di Marsiglia. Nella primavera del 1957 finalmente torna a casa, a Bolzano.

Intervista a Derino Zecchini, ex partigiano friulano, arruolato nella Legione straniera e finito a combattere a fianco dei Vietminh nella guerra di Indocina, compagno di sventura di Beniamino Leoni. Con la partecipazione di Moni Ovadia.
Video allegato al libro “Dietro la cortina di bambù. Dalla resistenza ai Vietminh. Diario 1946/1958” di Derino Zecchini, a cura di Sabrina Benussi, edito da IRSML-Istituto Regionale per la storia del movimento di Liberazione nel Friuli Venezia Giulia.